Ma di cosa ti preoccupi?

L’importanza della nostra interpretazione della realtà

 

«Non sono le cose in sé che ci preoccupano,

ma l’opinione che noi abbiamo di esse».

Epitteto

 

“La nostra serenità non dipende dalle situazioni che viviamo nella vita, ma dalla nostra reazione ad esse. Una stessa situazione produce, infatti, reazioni diverse in persone differenti; non solo, ma, trovandoci nella medesima situazione, anche noi abbiamo avuto reazioni diverse in periodi diversi della vita.

La nostra mente interpreta la realtà: i nostri pensieri sono soggettivi, non oggettivi. Noi, però, restiamo irrimediabilmente convinti che la realtà sia dentro la nostra testa. Per ciascuno, la realtà ha il volto dei suoi pensieri; o almeno, così crede. Le sensazioni sono determinate dai pensieri, non si può prevedere o controllare tutto quello che ci succede: l’unica realtà di cui siamo responsabili è la nostra reazione.

La percezione soggettiva è la vera fonte di ansia; la reazione emotiva anticipa e segue i pensieri che interpretano i fatti e danno loro un significato, che è personale.

Ci chiede Milton Erikson nel testo  La mia voce ti accompagnerà:

«Se mettessi per terra una tavola larga trenta centimetri e lunga quindici metri, avreste qualche difficoltà a camminarci sopra? Naturalmente no. E quale sarebbe la vostra reazione se mettessi la medesima tavola, larga trenta centimetri e lunga quindici metri, tra due edifici, in modo che vada dal quinto piano dell’uno al quinto piano dell’altro?»

Naturalmente, scatterebbe il panico e ci bloccheremmo. È quello che facciamo di solito, ma in realtà la tavola è sempre a terra, perché è la nostra mente che, abituata a interpretare la realtà secondo schemi rigidi e ripetitivi, in preda all’ansia ci fa credere che sia non al quinto, ma al decimo piano! La tavola, invece, è sempre poggiata comodamente per terra. Abbiamo paura, ma dipende tutto da noi. L’abbiamo creata noi, la paura.

Quando i pensieri la fanno da padroni, ci si preoccupa di un futuro su cui non abbiamo nessun potere, creando profezie che si autoavverano. Se penso che il compito in classe sarà difficilissimo, sarò così agitato o così poco preparato, perché ho ceduto prima, che mi andrà sicuramente male. Se temo una brutta figura, anch’essa interpretazione mentale della realtà (le brutte figure non esistono!), sarò così in imbarazzo e teso, che gli altri non potranno non notarlo. Se temo di non essere accettato non mi proporrò nemmeno, per cui…

Si creeranno dei circoli viziosi, ed eviteremo le situazioni, interpretate come pericolose, che così lo diventeranno sempre più, e noi saremo sempre più insicuri.

Inoltre, dobbiamo lasciare i “soliti” copioni comportamentali inadeguati, perché è evidente che soluzioni e comportamenti validi una volta non lo sono sempre: sbagliare è umano, ma è l’incapacità di cambiare i propri errori che rende le situazioni complicate.

A creare agitazione non è un vecchio episodio, seppur spiacevole, quanto piuttosto l’attenzione che riserviamo all’evento: quanto maggiore sarà l’attenzione, tanto più grande sembrerà l’accaduto. Senza la focalizzazione della nostra attenzione, l’avvenimento si trasforma in uno sfumato fantasma del passato.

In sostanza, sto dicendo, per usare le parole di G. C. Giacobbe, che ci facciamo tante… “seghe mentali”! Non è italiano aulico, ma rende bene l’idea. Beninteso, un po’ servono: spesso le fantasie e l’immaginazione, quando positive (anch’esse sono, in un certo senso, “seghe mentali”), ci salvano e ci rendono la vita meno triste e monotona. Cosa è esattamente una “sega mentale”, secondo Giacobbe? «Dicasi sega mentale il pensare a cose che non hanno attinenza con la realtà. La realtà è il nostro corpo e l’ambiente fisico che ci circonda»(G. C. Giacobbe, Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita).

Quando coi pensieri ci spostiamo nel passato o nel futuro, ci stiamo facendo delle “seghe mentali”, ci avevate mai fatto caso? Ecco perché si può addestrare la mente a concentrarsi su un pensiero alla volta, a occuparsi di quello che capita, a non preoccuparsi di quello che potrebbe capitare. Così facendo, liberiamo l’energia positiva intrappolata”.

Tratto da “Vincere l’ansia” p. 120-121

 

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